Libano: togliamo tutti i bambini dalla lista d'attesa
12 ottobre 2015

Una bambina al centro del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Jbeil a una lezione di inglese. Il centro è frequentato da 500 bambini, la maggior parte dei quali non va a scuola da 2-3 anni (Jacquelyn Pavilon / Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)
I bambini non litigano per giocare. Adesso piuttosto giocano insieme.
Jbeil, 12 ottobre 2015 -- "Quando crescevo tutto andava bene," racconta Catherine Mora, una rifugiata siriana insegnante al centro del JRS a Jbeil. "Questo finché è cominciata la Guerra. Era difficile credere che stesse accadendo davvero. Sparavano e basta, senza curarsi di chi passava. Quando andavo a insegnare a scuola, ogni giorno, dicevo addio a mia madre; si usciva senza la certezza di ritornare."

Catherine descrive come è stato per lei crescere in Siria. "Ero contenta dei miei amici, della mia famiglia. Sono stata una scout per 15 anni e amavo il campeggio." Dopo essersi laureata all'Università di Aleppo, ha ottenuto il lavoro dei suoi sogni: insegnare in una scuola privata in Siria. "Ho cercato in ogni modo di restare in Siria, ma dopo tre anni di sforzi non ci è stato più possibile rimanere."

Quando Catherine è partita con la sua famiglia, la situazione in Aleppo era precipitata. Non c'era più elettricità, né acqua; i mortai e i bombardamenti erano un pericolo quotidiano. La cosa che le manca di più è stare vicino alla sua famiglia che, ci racconta, adesso è sparpagliata in tutto il mondo.
All'inizio. Catherine ha insegnato inglese al centro del JRS a Jbeil per due semestri, un anno circa. Quando ha cominciato il primo semestre, "i bambini erano timidi, tristi. Non riuscivano a guardarti negli occhi per la paura, portavano chiaramente i segni dei traumi vissuti durante la guerra." 

"Giocavano alla guerra," ricorda. "Era tutto quello che conoscevano."

Il centro di Jbeil ha circa 500 studenti – 250 la mattina e 250 nel pomeriggio. Il centro offre un accompagnamento olistico e propone agli studenti supporto linguistico e altri servizi.

"Molti dei bambini del nostro centro sono stati fuori dalla scuola per due o tre anni," spiega Catherine. "Quando arrivano da noi, fondamentalmente ripartono da zero."

Un cambio di passo. Però, dopo appena due semestri, gli studenti hanno compiuto progressi straordinari. Riescono a comunicare in inglese. Ridono; parlano; cantano. Hanno imparato ad essere autosufficienti e educati e soprattutto sono in grado di prendersi cura di loro stessi."

Il centro offre anche sostegno psicosociale oltre al servizio educativo. Una parte del counselling prevede lezioni di gruppo di educazione alla pace, in cui i bambini imparano a giocare in modo non violento e a risolvere i conflitti tra di loro.

"I bambini non litigano per giocare. Adesso piuttosto giocano insieme. A volte a ricreazione li vedo giocare a "lezione di inglese", con uno che imita lo studente e uno che imita me, l'insegnante. Quando vedo questo, capisco quanti progressi hanno fatto."

La situazione di ogni studente è unica e ciascuno di loro vive ancora una vita precaria. "Oggi li vedi, ma magari domani non sono più qui. Questa è la loro storia." Però, quando i bambini sono al centro, il JRS cerca di formare una comunità in cui i bambini hanno una rete di amicizie e si sentono a loro agio. 

L'obiettivo del programma di Jbeil è offrire sostegno terapeutico per i bambini in modo che possano inserirsi nel sistema pubblico libanese. "Quando vedo i bambini passare alla scuola pubblica, so che li abbiamo avviati sulla strada giusta. In un certo senso ce l'hanno fatta. Dobbiamo togliere tutti i bambini dalla lista d'attesa."

"Il JRS è un'atmosfera felice per questi bambini. È la loro speranza. Li amiamo; ci amano; e quando vedi i loro occhi che ti guardano, cogli la speranza nei loro sguardi. Ci sentiamo responsabili perché siamo la loro speranza, ma sono soprattutto loro a darci speranza."

--Jacquelyn Pavilon, Coordinatore internazionale della comunicazione